venerdì 21 febbraio 2014

Il cibo a Palermo (parte prima)


I Dietologi consigliano  poco cibo e ben mirato. I filosofi, da sempre,  consigliano di “mangiare poco”. Uno di loro, un certo Demòcene (mi pare), arrivato alla veneranda età di 96 anni, ebbe un ascesso ai denti e il suo medico gli consigliò due giorni di digiuno. Alla fine, superato il problema, al medico che gli permise di riprendere il cibo rispose: “ah no! Mi sono trovato talmente bene a digiunare che non riprenderò mai più”. I discepoli raccontano che mori poco dopo, ma felice perché stava davvero bene.

Inizio la mia giornata con una semplice sorsata di succo di frutta e mi avvio a visitare Palermo.
Partenza piazza Magione: Bellissima ampia piazza circondata da deliziosi locali per giovani. Stanno erogando cioccolate calde, cornetti alla crema di vaniglia e cannoli di ricotta fatti al momento e quest’aggressione di profumi mi tramortisce. Fuggo verso via Vetriera, quella ove è nato Borsellino e sento svanire gli odori, imbocco via Alloro verso la Kalsa e sento i primi soffritti gorgheggiare come soprani, spicca il profumo di aglio rosa, cipolla e porro fresco. Sono le otto e trenta.
Scendendo alla Kalsa, quella dei ristorantini e cibi a metro (ogni due metri una bancarella), siamo già alle vongole fresche, gamberoni e seppie.
M'immergo tra i vicoli per sfociare, finalmente, a piazza Marina. Ampia piazza arieggiata, ove il profumo dei fiori del parco esaltano la bellezza dei palazzi che si affacciano guardinghi verso la Caletta e la Vucciria.

Alla Caletta, il profumo di mare e del pescato delle barche dei pescatori, fanno da contorno al più rinomato dei locali produttori di “Pani cà Meusa” il panino da strada principe di Palermo: Stò parlando, nientemeno, che del “Porta Carbone”.
Entro in Vucciria, sono le dieci, la panetteria sta terminando  la seconda delle cinque sfornate quotidiane di pane caldo, svuota i primi contenitori proprio di fronte a me …..
Arrivo a piazza Garraffa, cuore della Vucciria, mentre immergono” le Frittole”, che non sono frittelle ma fritto di frattaglie, mentre crocchette e panelle fanno bella mostra di se sui banchetti dell’osteria.
Risalgo verso San Domenico divincolandomi tra le bancarelle del mercato, tra finocchi freschissimi che esalano profumo di anice che si confonde con il profumo delle succulente arance di Ribera.
In piazza San Domenico, inizio del quartiere degli orafi, solo profumo di danaro.
Tavolini in mezzo alle viuzze vicino a Teatro Massimo
Prendo la via del mercato del Capo, mercato specializzato in prevalenza nell’ abbigliamento e, siamo a mezzogiorno, arrivo alla bellissima mole della chiesa dell’Olivella e omonima piazza. Da quì iniziano le due deliziose viuzze che portano al Teatro Massimo, costellate di ristorantini. Ognuno di loro ha il Maitre che accoglie e offre il menù del giorno, lo elencano, indicano i buffet dei cento tramezzini …. (deglutire) e offre il tutto per dodici quindici euro tutto compreso.
Sono le tredici e poco più, passeggio in piazza del teatro Massimo: “Le strade son deserte, deserte e silenziose, un’unica carrozza cigolando se ne va’”, è ora di pranzo e  la città é ferma. Si passeggia meravigliosamente, i palazzi si specchiano sui tavelloni lucidi della strada, solo rumore di stoviglie e qualche smorzato chiacchiericcio. Il rumore dei miei passi risuona tra le viuzze dell’antica Kasba, una brezza leggera mi riporta la frescura del mare poco lontano.
Improvvisamente la quarta sfornata del panificio del quartierino mi riporta alla realtà.
Arrivo a Piazza Indipendenza.
Stigghiòle lungo la via
Pasticcerie e gelaterie sono in fermento per lo spuntino pomeridiano che inizia intorno alle quattro, dopo la pennichella e finisce verso le sette e trenta, con la chiusura dei negozi.
Ma eccolo, là in fondo, sotto Palazzo dei Normanni , è arrivato. Ha accesso la legna del braciere/barbecue, il fumo si alza insieme al profumo intenso e la gente si avvicina. E’ “quello delle stigghiòle”: si tratta di uno spiedino di frattaglie di pecora (a volte anche vitello) la sua cottura attira i consumatori da chilometri di distanza, penso sia per il segnale di fumo, ma anche per il profumo che si sprigiona ancora prima che la mercanzia sia sulla brace (non ho ancora scoperto il perché).
Durante queste ore il via vai tra pasticcerie, gelaterie (anche in pieno inverno), panetterie e bancarelle di cibi da strada è incessante.
Ho visto fare spuntini ingerendo patate lesse intinte solamente nel fine sale di Trapani, altri che spezzandone il guscio a dentate si rimpinzano di mandorle crude, ecc… e dico eccetera.
La pausa delle sette e trenta sino alle nove abbondati,  credo sia destinata al ruttino, perché tutto ricomincia verso quell’ora, si riempiono nuovamente ristoranti, osterie e angoli di strada ‘bancarellamuniti’.

Non so dire, ancora, quando finisca tutto ciò, non ho ancora fatto così tardi.
Serata alla Caletta: e il nutrimento continua


giovedì 13 febbraio 2014

E' femmina

Mondello: piazza con la sirenetta e il cocker sullo sfondo
La chiameremo Wanda.
Opposte alla piazzetta della sirenetta di Mondello ci sono delle collinette tra cui i Monti Ercta e Pellegrino (quello della basilica di Santa Rosalia) che formano, da questo punto di osservazione, l’ inconfondibile sagoma di un cane.
 Alcuni la chiamano il ‘Setter colli’, altri sostengono si tratti di un Cocker.

Comunque sia c’è concordia sul sesso: grosso sedere, gamba corta, musetto accigliato e triste che dimostra una chiara situazione di preciclo: E’ femmina!

martedì 11 febbraio 2014

Terrore a Palermo


Ficus Macrophillae di piazza Marina

E’ una tepida sera d’inverno e sto passeggiando, assorto nei miei pensieri,  a Piazza Marina di Palermo. Mi sovrasta la mole maestosa di palazzo Chiaramonte ove ci celebravano i processi della Santa Inquisizione: pare di udire ancora le urla dei torturati, le imprecazione dei carcerati condannati a morte e i pianti disperati delle mogli e dei figli delle vittime predestinate.

Davanti al palazzo una lapide ricorda il punto esatto ove venne uccise a mitragliate l’investigatore americano Joe Petrosino, venuto ad indagare sulle radici della mafia che tanto si arricchiva con il proibizionismo.

A fianco il centenario “Ficus Macrophillae” con le sue radici che si dipanano sopra e sotto il suolo come tanti Boa Constrictor, dall’alto dei suoi immensi rami pendono i fasci di radici che si protendono al suolo minacciosi e sinistri: tutti dicono che nessuno abbia il coraggio di passare la notte sotto le sue fronde.
Improvvisamente un urlo, un lacerante urlo di donna, alzo gli occhi e la vedo:  totalmente scomposta si sta,  stizzita, riavviando per il suo cammino. Vedo a terra, lungo il muricciolo un topolino terrorizzato che mi corre incontro.
Niente, non è successo niente